L'Italia com'era
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Gioppino & co., malati di miseria
Nella foto di Domenico Lucchetti, tratta dal libro "Crape de lègn" di Pino Capellini (edizioni Sesaab), un'immagine della famiglia di Gioppino, la più popolare marionetta bergamasca. Hanno tutti i "tri gos", i tre gozzi, una malattia comunissima tra i montanari piemontesi, lombardi e veneti, sulla quale i bergamaschi trovarono il coraggio di ironizzare. Era dovuta alla cattiva alimentazione e in particolare all'ipotiroidismo dovuto al bere, senza alcuna integrazione, acqua del tutto priva di iodio. Sarebbe bastato del normale sale marino, a sanare la piaga. Ma costava troppo e la gente usava sale da salgemma.

 

 

 

 

L'ecatombe infantile
Nella foto, una scuola rurale del 1910. I bambini ritratti sono praticamente gli scampati a una mortalità infantile spaventosa.
Spiega il "Sommario delle statistiche storiche" edito dall'Istat che nel decennio1900-1910 morirono in media 719.565 italiani l'anno dei quali 296.576 bambini al di sotto dei 5 anni: il 41%. Nello stesso decennio furono registrate mediamente 1.138.373 nascite. Il che vuol dire che uno su quattro dei piccoli non arrivava ai cinque anni. Eppure in passato i dati erano stati perfino peggiori: basti dire che l'età media in cui si moriva, nel decennio 1881-1890, era di sei anni e quattro mesi. Oltre dieci volte più bassa di quella che si sarebbe registrata tra il 1951 e il 1955 (69 anni) o di quella di oggi. Ma negli orfanatrofi, spiega Ernesto Nathan nel suo <Vent'anni di vita italiana>, le cose andavano ancora peggio: nel 1887 <si ricevettero nei Brefotrofi o si collocarono direttamente a balia, tra figli legittimi, illegittimi ed esposti, 23.913 fanciulli, d'ambo i sessi s'intende; ne morirono 12.859, il 53,77%>. E anche qui in passato era andata perfino peggio: <la mortalità, per crassa ignoranza , incuria o indifferenza delittuosa, è stata inaudita, spaventevole: in alcuni casi da arrivare fino al 99% degli entrati>.

 

 

 

 

 

 

 

 

Polenta e pellagra: una strage
Nella foto dell'archivio del "Gazzettino" di Venezia, due contadini veneti a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Erano anni durissimi, per quelle terre oggi così ricche, che fornivano allora un terzo di tutta l'emigrazione italiana. Edoardo Pittalis, nel libro "Dalle Tre Venezie al Nordest", spiega che secondo i rapporti sanitari lungo il Terraglio, la strada per Treviso ingentilita parte per parte da splendide ville, "su 769 capifamiglia, 727 sono catalogati come "villici". Il 65 % della popolazione adulta non sa leggere e scrivere, su 6.362 abitanti ci sono 541 pellagrosi. L'ospedale di Mogliano accoglie malati da tutto il Veneto, alla fine dell'Ottocento si registrano nella regione oltre 10 mila morti per pellagra". Era la malattia delle tre "d": dermatiti, diarrea, demenza. La malattia della fame, dovuta all'eccessivo consumo di polenta: "Polenta da formenton/ aqua de fosso/ lavora ti paron/ che mi no posso".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schio: prima del boom, la fame
Rara foto di una famiglia patriarcale contadina di Schio conservata alla Biblioteca Scledense. Da quelle campagne vicentine oggi operose e opulente partirono a decine di migliaia, andando incontro spesso a tragedie come quella raccontata in una lettera, raccolta da Emilio Franzina nel libro "Merica! Merica!", da Bortolo Rosolen: "Il viaggio è stato molto pesante tanto che per mio consiglio non incontrerebbe tali tribolazioni neppure il mio cane che ho lasciato in Italia. (...) Piangendo li descriverò che dopo pochi giorni si ammalò tutti i miei figli e anche le donne. Noi che abbiamo condotto 11 figli nell'America ora siamo rimasti con 5, e gli altri li abbiamo perduti. Lascio a lei considerare quale e quanta fu la nostra disperazione che se avessi avuto il potere non sarei fermato in America neppure un'ora".

 

 

Bambini nutriti col vino
Foto di classe a cavallo tra Ottocento e Novecento. I problemi di alimentazione erano talmente gravi che la dieta a base di polenta veniva "integrata" anche con il vino. <La Rivista Veneta di scienze mediche>, scriveva ad esempio che in provincia di Venezia, <una delle città più sifilizzate d'Italia>, su 12 mila scolari delle elementari <soltanto tremila non bevono, cinquemila bevono superalcolici, novemila bevono regolarmente vino e la metà ne abusa>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carestie sull'Appennino
Una famiglia della Val di Taro nei primi decenni del Novecento dal libro "Maggiolungo" di Marco Porcella.
L'Appennino ligure-emiliano, dal quale partivano i "birbanti" e gli "orsanti", era da secoli un'area di miseria dove la gente a metà 800 viveva secondo Jacopo Virgilío in "tane anguste, muri che paiono impeciati, tanto il fumo li ha anneriti, niuna pulitezza, niun riguardo di salubrità; imposte senza vetri, suolo senza lastrico, giacigli orribili... ". La resa del frumento era pessima ("tre volte la semente") e l'alimento di base, per mesi e mesi, era la castagna. Ogni tanto arrivava una carestia. Allora, scrive Giovanni Baroni in una cronaca che si ferma nel 1857, "fichi appena ne assaggiarono gli abbittatori presso alla marina. Nelle montagne non si assaggiarono ne di questi ne di uve, appena qualche pera, e qualche pomo. Non vi furono faggioli, non vi fu melliga, e non vi furono castagne a segno che chi ne solea raccogliere delle 60 mine appena [ne] ebbe una, onde pochissimi ne seccarono, e le genti perciò non solo davano di bocca e vivevano di patate ma anche di radiche di erbe, ed arivarono (come si è udito à dirsi dagli antenati, che sia stato praticato altre volte) arivarono à macinare la radice secca delle ferecce, detta ferexa, per fare del pane, ed io l'ho assaggiato. Gran calamità, gran fame".

 

 

Quanti figli, questi italiani!
Nella foto del febbraio 1934 distribuita dall'agenzia Stefani con la dicitura "Le belle famiglie pugliesi", Domenico Tritta (la cui camicia è stata dipinta di nero da qualche solerte censore) con la moglie e i tredici figli. Una "dotazione" abbastanza normale, che confermava la prolificità degli italiani, proprio perciò accusati nei paesi in cui emigravano di "fare troppi figli". Alla vigilia di Natale, racconta Edoardo Pittalis nel suo "Dalle Tre Venezie al Nordest", il fascismo "festeggia la giornata della madre e del fanciullo con premi alle coppie più prolifiche. Davanti al duce sfilano un anno 93 madri con complessivi 1310 figli, una media di 14 a testa!". Dieci in meno, comunque, di quelli avuti dal nonno di Luigi Pirandello: 24. Tutti dalla stessa moglie.

 

 

 

Farinacci: emigranti <quinta colonna>
Tratto dal libro <L'emigrazione> di Paola Corti (Editori Riuniti), un manifesto fotomontaggio di propaganda fascista. Nonostante la fascistizzazione del ministero degli esteri con tutta la sua rete consolare e l'enorme sforzo profuso nel tentativo di trasformare gli <italiani all'estero> in una <quinta colonna> (come teorizzato da Roberto Farinacci), Mussolini andò incontro a una disfatta planetaria. "Il fascismo e gli emigrati", a cura di Emilio Franzina e Matteo Sanfilippo (ed. Laterza, 2003) spiega infatti, numeri alla mano, che alla gran quantità di Fasci fortissimamente voluti dai consolati perfino nel Siam, corrispondeva un numero di membri così piccolo da essere ridicolo. Con una punta massima di 65.000 iscritti su 9 milioni di espatriati (0,6%) complessivi nel 1925 e situazioni locali ancora più umilianti. Come negli Usa dove l' orgoglio per la trasvolata di Italo Balbo riempì le piazze ma non le sezioni, che arrivarono nel 1929 a 12 mila iscritti alla Fascist League of North America contro i 300 mila, per esempio di un'associazione quale l'Order Sons of Italy.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Veneto 1930: tracce di medioevo
Nella foto dell'archivio del "Gazzettino", marito e moglie davanti al loro "casòn", l'abitazione tradizionale delle campagne venete. Siamo già nel 1930, il treno è stato inventato da 105 anni, il telegrafo da 79, il telefono da 74, il fax da 65, la metropolitana elettrica di Londra da 40, il cinema da 35, l'automobile Mercedes da 30, l'aereo da 27, la radio da 24. Eppure dal nostro paese partono altre 280 mila persone in un anno nonostante il freno del fascismo e nelle terre che diventeranno pochi decenni dopo la "locomotiva d'Italia" c'è chi vive ancora come nel medioevo. Poco è cambiato da quel 1877 in cui il municipio di Padova stimava che su 3187 case coloniche del circondario poco meno di un terzo erano casoni. Cioè: "Gabbie di legname a quattro pareti piane, collocate sopra muriccioli a secco, rifoderati da canne di sorgo turco, dentro e fuori spalmate di creta: superiormente un'intelaiatura di legno a forma di piramide, colle facce esterne intessute e coperte di strame o di paglia, un uscio che permetta l'entrata della gente e dentro l'angusto ambiente un focolare, cui sovrasta una qualsiasi via d'uscita per il fumo, una o due finestrelle, difese da impannate od anco da vetrate; pavimento la nuda terra".

 

 

 

 

 

 

Scuole da terzo mondo
Nella foto di Tino Petrelli, una classe delle elementari di Africo (Reggio Calabria) nel 1948. Dicono i censimenti che nel 1951, tra gli abitanti con più di sei anni, erano ancora analfabeti 5.456.005 italiani, pari al 12,9% della popolazione. Una percentuale spaventosa (che saliva al 24% in una regione del Sud non particolarmente arretrata come la Puglia) e che sarebbe scesa molto lentamente all'8,3% nel 1961, al 5,2 nel 1971, al 3,1 nel 1981, al 2,1 nel 1991 per ridursi a poco o niente nel 2001. Un ritardo storico (vedi tabella nella sezione numeri) incredibile rispetto a paesi come Germania, Austria, Svizzera, Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio o Inghilterra, scesi intorno o addirittura sotto il 3% già a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Nessuno stupore: spiegava Ernesto Nathan nel suo "Vent'anni di vita italiana" del 1906 che l'Italia buttava allora il 20,47% delle sue risorse per le spese militari e investiva solo il 2,8% nell'istruzione. Una percentuale ridicola contro il 4,7 dell'Austria, il 5,7 della Prussia, il 7,5 della Baviera o il 10,1 della Gran Bretagna.

 

 

 

 

 

 

1953: nudi nelle miniere
Nella straordinaria fotografia del grande Fulvio Roiter, tratta dal suo libro "Visibilia", due minatori al lavoro in una miniera di zolfo a Caltanissetta. Costretti a lavorare nudi per il caldo soffocante e perché i vestiti si appiccicavano alla pelle, i picconieri (per non parlare dei "carusi" che prendevano ancora meno) guadagnavano allora 530 lire al giorno: il costo di tre chili di pasta (154 lire l'uno) o di tre etti di salame (1.461 lire il chilo). Il poeta Alessio di Giovanni dedicò ai "carusi", i bambini che trasportavano lo zolfo fuori dalla miniera e che cominciavano a lavorare già a sette o otto anni, alcuni versi di struggente compassione: "...Scìnninu, nudi, 'mmezzu li lurdduma / di li scalazzi 'nfunnu allavancati; / e, ccomu a li pirreri s'accustuma, / vannu priannu: Gesùzzu, piatati!... / Ma ddoppu, essennu sutta lu smaceddu, /grìdanu, vastimiannu a la canina, / ca macari "ddu Cristu" l'abbannuna...".

 

 

 

Palermo 1956: sei in un letto
"Migliaia di miglia lontano da Hong Kong, in una casa di Palermo…". Così cominciava una notizia d'agenzia che spiegava come in una famiglia siciliana dormissero in sei, con l'aiuto di un paio di vecchie sedie di supporto, in uno stesso letto. Pochi anni prima l'inchiesta parlamentare sulla miseria in Italia aveva accertato che 869 mila famiglie italiane si accalcavano in case dove vivevano in più di quattro persone per stanza o in "abitazioni improprie" come cantine, baracche o grotte.

 

 

 

Polesine 1951: la miseria
Nella foto del grande fotografo bolognese Aldo Ferrari  una casa contadina nel Polesine del 1951. Il boom del Nordest doveva ancora arrivare. A Porto Tolle, scrisse la Commissione parlamentare sulla miseria, "vi sono casi di 10 o 11 persone che abitano in uno stesso vano", alla periferia di Rovigo si possonoi trovare due famiglie in una sola stanza", a Contarina "in 30 vani abitano 120 persone". Per non parlare di Comacchio: "Il 95% delle abitazioni è senza latrina: tutte le acque di rifiuto scolano nei cortili e ristagnano a poca distanza, i rifiuti vengono gettati nei canali che sono la fogna scoperta della città (…) Sono rare le famiglie dei braccianti che abbiano più di un vano; per cui la vita domestica si conduce nella più sordida sporcizia e nella promiscuità più scandalosa".

 

 

 

 

 

I trogloditi di Mergellina
Nella foto scattata negli anni Sessanta, l'interno di una grotta abitata da alcune famiglie povere a Mergellina. Poco o niente era cambiato dal quel 1951 in cui il sindaco Achille Lauro aveva spiegato: "secondo calcoli molto attendibili e semmai errati in difetto a Napoli si alzano ogni mattina 80.000 persone che non sanno se e in che modo potranno sfamarsi nella giornata". Il reddito italiano pro capite era allora di 235 dollari l'anno, contro i 1.453 degli Stati Uniti. Il meridione poi era così povero che il suo reddito medio (130 dollari) era inferiore a quello della Jugoslavia titina, che secondo la commissione parlamentare d'inchiesta del 1951 arrivava allora a 146.

 

 

 

 

La piaga dell'acqua
Nella fotografia, cortesemente concessa dal "Gazzettino" di Venezia, una donna alla fontana pubblica in Friuli verso la fine degli anni Cinquanta. Una parte dell'Italia, anche di quella oggi ricca, viveva ancora senza avere in casa l'acqua corrente. Nel Veneto del 1961, all'immediata vigilia del boom, ricorda il sociologo Ulderico Bernardi, su 100 case 48 erano senza l'acqua corrente, 52 senza il gabinetto, 72 senza il bagno, 15 senza la luce elettrica, 81 senza il gas a rete, 86 senza il termosifone.

 

 

La piaga dell'alcool
Nella foto di scena, tratta da "Signore e signori" di Pietro
Germi, del 1965, il mitico Carlo Bagno, che impersonava Cristofoletto, un contadino sempre ubriaco. Cristofoletto era solo l'ultima rappresentazione d'uno stereotipo molto diffuso, quello dell'italiano (soprattutto del nord) cosi portato al vino da guadagnarsi in America, tra gli altri, il nomignolo "Chianti". Come in tutti gli stereotipi, un pizzico di verita c'era.
Il consumo medio di vino pro-capite, che nel 2001 ha superato di poco i 50 litri, era un secolo fa, nel decennio 1901-1910, di 126 litri. Ne le cose sarebbero molto migliorate nel corso del secolo: nel 1975 gli italiani bevevano in media ancora 104 litri e mezzo e nel 1988 (superati per la prima volta di tre punti dai francesi) erano scesi solo a 72. Contro i 63 del Portogallo, i 47 della Spagna, i 34 dell'Austria o i 30 della Grecia, per citare solo i paesi dell'Europa Meridionale produttori di vino.
Medie spaventose, che nel Veneto e in Friuli subiva un'ulteriore impennata.
Basti dire che nel 1981 gli italiani uccisi dall'alcolismo erano 0,56 per mille, i friulani il doppio: 1,05. Identico lo squilibrio sui morti per cirrosi epatica dovuta all'alcool: 3,35 per cento in Italia e 5,94 per cento in Friuli.

Napoli 1948, la pastasciutta distribuita dalle suore.

Napoli 1948.Ragazzi posano per il fotografo in strada.

Tiriolo,Catanzaro, 1950.

Lagunare (Udine) 1963.

1950

1950. Profondo sud.

INTERNI di seguito

Nicastro (Calabria),1957, servizio sul parto di una raccoglitrice di olive.

Scena tratta dal film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli”, 1960.

 

 

Veneto, 1976.

Luzzara , 1974.

 

IL LAVORO

Conca del Fucino, Avezzano, 1950, braccianti in lotta contro i latifondisti Torlonia.

Pomezia (Latina) anni cinquanta. Riposo in cascina dopo il lavoro stagionale.

Campagna del vercellese, 1955.Mondine al lavoro.

Campania, anni cinquanta. Lavoro minorile.

Polesine, 1969. Famiglia contadina.

1960.Braccianti siciliani in attesa di assunzione a giornata.

1960.Contadino al lavoro alla periferia della grande città.

Alto Friuli, 1967.

Veneto, 1966.

Friuli ,1963.

Lavoro minorile nel Sud,1956.

 

 

 

 

 

Cogne (Aosta) .Fienagione.

Napoli, 1948. Foto Riccardo Carbone.