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AUTORAPPRESENTAZIONI
Talvolta un sottile e inespresso senso di disagio si
insinuava nei rapporti tra chi emigrava e chi rimaneva. La scelta di andarsene
poteva essere sentita come una forma di rifiuto o di rinuncia a condividere con
i compagni le esperienze della vita, quasi una specie di tradimento verso i
paesani. D'altro canto, il dubbio di non essere stati in grado di garantire
sicurezza e protezione a tutti i membri della comunità poteva turbare, con un
inesplicabile senso di colpa, l'animo di coloro che erano rimasti. Potrebbe
essere questa la chiave di lettura di tutta una serie di segni e di messaggi
ambigui rintracciabili nella corrispondenza emigratoria.
In ogni caso, restava forte da entrambe le parti il desiderio, spesso frustrato,
di ricostituire l'unità, di ritrovare la perduta complicità. Chi era partito
sognava il giorno in cui avrebbe potuto esibire nei luoghi della sociabilità
paesana - in piazza, al bar, in parrocchia - i segni della nuova condizione e
del successo conseguito: non solo per ambizione, ma anche per rassicurare se
stessi e gli altri circa la giustezza della scelta compiuta. Capitava però che
quel giorno non arrivasse mai o che si rivelasse deludente e frustrante. E
allora ci si accontentava di comunicare con i compaesani attraverso fotografie,
nelle quali l'emigrato si metteva in posa e si autorappresentava: mostrava il
suo nuovo status, l'automobile e la casa nuova, oppure alludeva a una vita
avventurosa vissuta da protagonista in un mondo diverso, capace di alimentare i
sogni e le fantasie degli amici lontani.

La famiglia di
Scroccaro Luigi e Tortato Anna,
emigrati in
Brasile da Marcon (VE) a fine Ottocento.
Curitiba (Brasile), inizi Novecento.
Famiglia Scroccaro.
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